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Affidamento in prova: esito positivo ed effetti penali

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L’estinzione di ogni effetto penale, determinata dall’esito positivo dell’affidamento in prova al servizio sociale, comporta che delle relative condanne non si debba tener conto ai fini della recidiva.
(Cass. Sez. IV^ Penale, sentenza 17 settembre 2020, n. 28301)

Recidiva implicitamente riconosciuta: rilevanza ai fini della prescrizione

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Verrà decisa il 25 ottobre 2018 la questione rimessa alle Sezioni Unite Penali della Corte Suprema di Cassazione concernente la recidiva contestata nei confronti dell’imputato e implicitamente riconosciuta dal giudice di merito il quale, senza aumentare la pena, l’abbia valorizzata per negare il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, rilevi ai fini del calcolo del tempo necessario per la prescrizione del reato.
(Cass. Sez. Terza Penale, ordinanza 21 giugno – 4 luglio 2018, n. 12154)

Applicabilità della recidiva: onere motivazionale

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Ai fini dell’applicazione della recidiva il riferimento generico alle condanne subite dall’imputato, senza precisare, di fronte a specifiche contestazioni da parte della difesa, di quali si debba tenere conto e di quali non costituisce motivazione idonea a giustificare il riconoscimento della stessa. Invero, nel caso di condanne risalenti nel tempo, di scarso allarme o di pene eseguite con affidamento in prova al servizio sociale incombe a carico del giudice di merito uno specifico dovere di motivazione sia quando ritiene, sia quando esclude la rilevanza della recidiva.
(Cass. Penale Sez. III, 21 giugno – 29 agosto 2016, n. 35623)

La disciplina della particolare tenuità del fatto: inadeguatezze ed incongruenze in tema di recidiva e di oblazione.

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La disciplina della particolare tenuità del fatto: inadeguatezze ed incongruenze in tema di recidiva e di oblazione.
di Leonardo Mazza (Ordinario di Diritto Penale nell’Università degli Studi di Siena)

Recidiva reiterata, operatività facoltativa

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In presenza di contestazione della recidiva di cui all’art. 99, comma 4, c.p., anche questa rientra nel giudizio di comparazione di cui all’art. 69 c.p., ma ciò si verifica – fatti salvi i casi di operatività “obbligatoria” di cui all’art. 99, comma 5, c.p.p – “soltanto dopo” che il giudice abbia motivatamente ritenuto, con riguardo alla nuova azione costituente reato, la sua idoneità a manifestare una più accentuata colpevolezza e una maggiore capacità a delinquere, in relazione alla natura e ai tempi di commissione dei precedenti, così da giustificare l’aumento di pena. Infatti, la recidiva reiterata  di cui all’art. 99, comma 4, c.p. rimane “facoltativa” anche dopo le modifiche apportate dalla legge 251 del 2005, con la conseguenza che il divieto di comparazione, delle circostanze attenuanti nel caso di recidiva reiterata di cui all’art. 99, comma 4, c.p., opera soltanto se il giudice “in concreto” ritenga di disporre l’aumento di pena per la recidiva.
(Cass. Pen. Sez. VI, 17 aprile – 19 maggio 2009, n. 20953, ric. Panetta)

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