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Maltrattamenti in famiglia e applicabilità della causa ostativa alla sospensione dell’esecuzione: continuità normativa

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In tema di sospensione dell’ordine di esecuzione di pene detentive, la condanna per il reato previsto dall’art. 572, comma secondo, c.p., costituisce causa ostativa alla sospensione dell’ordine di esecuzione, nonostante l’abrogazione di detta norma, operata dall’art. 1, comma 1-bis, del d.l. 14 agosto 2013, n.93, convertito nella legge 15 ottobre 2013, n. 119, attesa la natura “mobile” del rinvio contenuto nell’art. 656, comma 9, c.p.p. all’art. 572, comma secondo, c.p. e la continuità normativa tra l’ipotesi formalmente abrogata e l’analoga previsione di cui agli artt. 572, comma primo e 61, comma primo, n.11-quinquies, c.p.

(Cass. Sez. 1^ Penale, sentenza 5 novembre 2020 – 23 novembre 2020, n. 32727)

Maltrattamenti contro familiari o conviventi: condotte penalmente rilevanti

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Gli episodi di prevaricazione nei confronti della vittima, consiste in continui insulti (sei una scrofa, come sei brutta, copriti, fai schifo, sei grassa, dovrei cambiare le porte perchénon ci entri più, tra dieci anni ti cambio con una più giovane e più bella) pronunciati nella quotidianità della vita e non solo nel corso di litigi, nel far mancare alla persona offesa i mezzi finanziari necessari per l’acquisto di beni di prima necessità, cui si sono accompagnate le sporadiche condotte violente riferite ed accertate, sono sufficienti a sorreggere il giudizio di ripetitività ed abitualità dei comportamenti richiesto dal delitto di cui all’art. 572 c.p., costituendo il nucleo di un abituale comportamento vessatorio ai danni della moglie dell’imputato.
(Cass. Sez. IV Penale, sentenza 25 novembre – 3 dicembre 2020, n. 34351)

Maltrattamenti in famiglia: non scriminano le differenze culturali e religiose

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di Sebastian Ciancio

I caratteri interpretativi legati al consolidamento del pluralismo culturale e religioso costituiscono un banco di prova importante per il nostro ordinamento giuridico.
La presenza di diverse identità ha modificato lo scenario della società italiana ridisegnandone un quadro giuridico alquanto variegato e innovativo.
La difficoltà relativa alla convivenza di queste identità non si riflette esclusivamente sull’organizzazione dell’ordine pubblico ma bussa alla porta del diritto penale in tema di cause di giustificazione.
Di recente, la Corte Suprema di Cassazione si è dovuta esprimere sul trattamento sanzionatorio di soggetti, appartenenti ad altre culture, imputati di un delitto contro la persona e la famiglia secondo i criteri normativi del nostro diritto ma valutati diversamente dalla loro cultura quanto ai canoni di liceità o di gravità.

Linee Guida in tema di violenza domestica e di genere

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La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna diffonde le Linee Guida  sull’applicazione della legge 69/2019, meglio conosciuta come Codice Rosso.
Rimandiamo al sito istituzionale per la visualizzazione della documentazione integrale: link sito istituzionale.

Mobbing: configurabilità del reato ex art. 572 c.p.

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Il delitto di cui all’art. 572 c.p. non è configurabile, anche in presenza di una chiaro fenomeno di mobbing lavorativo, laddove i fatti si siano verificati nell’ambito di una realtà aziendale sufficientemente articolata e complessa, in cui non è ravvisabile quella stretta ed intensa relazione diretta tra datore di lavoro e dipendente, che determina una comunanza di vita assimilabile a quella del consorzio familiare.
(Nel caso di specie, la Corte, pur escludendo il reato di cui all’art. 572 c.p., ha evidenziato come i giudici di merito avrebbero potuto riconoscere la sussistenza di altri reati, pure configurabili a carico degli imputati, loro addebitati in fatto, quali quelli di lesioni personali gravi, di minaccia, di ingiuria e di violenza privata, eventualmente aggravati dall’abuso di relazioni d’ufficio o di prestazione di opera)
(Cass. Sezione VI Penale, 5-20 marzo 2014, n. 13088)

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