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Processo penale da remoto: la fine dell’oralità, il tramonto della liturgia

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di Debora Zagami

L’entrata in vigore dell’art. 83 del Decreto Legge 17/03/2020 n. 18 e il contenuto dell’emendamento presentato dal Governo e licenziato dal Senato della Repubblica in vista della conversione, destano allarme e preoccupazione in una categoria professionale (gli avvocati penalisti) troppo spesso semplicisticamente tacciata di frapporsi egoisticamente alla speditezza del processo ed alla ricerca della verità.
In nome della ricerca della verità –  equivocata finalità del rito accusatorio – l’essenza di quello che  avrebbe dovuto essere il “nuovo” rito penale ha cominciato ad essere snaturata sin da subito, e a quasi 30 anni dalla sua entrata in vigore, a colpi di diritto, il dibattimento, ideato e prescelto come luogo fisico e metafisico di formazione della prova nel contraddittorio tra le parti, ha perduto gran parte della sua forza.
La celebrazione del processo penale da remoto annienterebbe quel poco che resta della efficacia di questo metodo millenario fondato sul dibattito orale, ovverosia sulla possibilità per le parti di interloquire direttamente (linguaggio verbale), ma anche  indirettamente (comunicazione non verbale) nel tentativo di accertare o confutare la fondatezza di una ipotesi (quella accusatoria).
Ove dovesse entrare in vigore l’emendamento voluto dal Governo la liturgia del giudizio penale verrebbe polverizzata instantaneamente e definitivamente, e con essa il tanto agognato Giusto Processo, che – ricordiamolo – passa anche attraverso ciò che non è scritto in nessun manuale, come l’alzarsi in piedi al cospetto del Giudice quando si prende la parola, e non per riverenza, ma per esercitare la propria funzione e restituire al contesto la solennità del rito.

#DICIAMO NO AL PROCESSO PENALE DA REMOTO

invitiamo tutti i nostri lettori a sottoscrivere il nostro appello e ad inviarci le riflessioni sul tema all’indirizzo di posta elettronica info@osservatoriopenale.it

Francesco Bruzzese ci ha lasciati

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Si è spento prematuramente a 61 anni l’Avvocato Francesco Bruzzese, professionista stimato ed apprezzato del Foro di Roma, venuto meno all’affetto della sua cara Emanuela e dei suoi familiari tutti.
Lo salutano in un ideale e caloroso abbraccio i colleghi Gianluca Anastasio, Renata Carretta, Daniela D’Apice, Carla Pallotta, Giuseppe Ranieri e Luciana Spina che hanno avuto il privilegio di avere intrapreso, sotto la sua guida e con il suo esempio, il proprio cammino professionale, e restano a lui eternamente grati per avere condiviso il suo amore profondo per l’avvocatura alla quale ha dedicato la sua vita.

Rescissione del giudicato: la procedura

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L’art. 629-bis c.p.p. stabilisce espressamente che il condannato con sentenza passata in giudicato può chiedere la rescissione del giudicato qualora provi che l’assenza è stata dovuta ad una “incolpevole” mancata conoscenza della celebrazione del processo.
La richiesta di rescissione deve essere presentata entro trenta giorni dalla conoscenza del processo presso il Giudice che ha emesso la sentenza passata in giudicato e deve essere trattata dalla Corte di Appello competente in camera di consiglio ai sensi dell’art. 127 c.p.p., pena la violazione del diritto di difesa.
(Cass. Sez. 4^ Penale, sentenza 19 dicembre 2019 – 10 febbraio 2020, n. 5356)

Riforma prescrizione: proclamato lo stato di agitazione

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La Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane, con delibera 31/12/2019, ha proclamato lo stato di agitazione a sostegno dell’impegno dei penalisti italiani contro la incivile campagna di mistificazione e di inganno della pubblica opinione sulle reali dinamiche e sulla effettiva incidenza dell’istituto della prescrizione, condotta senza ritegno dal fronte populista, giunto perfino a manipolare spudoratamente (con una operazione indecente di falsificazione testuale) gli scritti di Cesare Beccaria, per acquisire il grande giurista nientedimeno che tra i sostenitori della abolizione della prescrizione.

Professione Avvocato: informazioni pubblicitarie sull’attività svolta

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Tanto il precedente Codice Deontologico (articoli 17 e 19) quanto quello attualmente vigente (articoli 17, 35 e 37) prevedevano e prevedono che, da un lato, le informazioni pubblicitarie sull’attività professionale debbano essere trasparenti, corrette, non equivoche, non ingannevoli, non comparative, né suggestive od elogiative (e ciò anche per un evidente scopo di tutela di affidamento della collettività) e, dall’altro, il divieto per l’Avvocato di acquisire rapporti di clientela con modi non conformi a correttezza e decoro.

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