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In tema di ingiusta detenzione, la connivenza può essere ritenuta colpa grave idonea ad escludere il riconoscimento alla riparazione in tre casi:
a) nell’ipotesi in cui l’atteggiamento di connivenza sia indice del venir meno di elementari doveri di solidarietà sociale per impedire il verificarsi di gravi danni alle persone o alle cose;
b) nel caso in cui si concreti non già in un mero comportamento passivo dell’agente riguardo alla consumazione di un reato, ma nel tollerare che tale reato sia consumato, semprechè l’agente sia in grado di impedire la consumazione o la prosecuzione dell’attività criminosa in ragione della sua posizione di garanzia;
c) nell’ipotesi in cui la connivenza passiva risulti aver oggettivamente rafforzato la volontà criminosa dell’agente, sebbene il connivente non intenda perseguire questo effetto; in tal caso è necessaria la prova positiva che il connivente fosse a conoscenza dell’attività criminosa dell’agente medesimo.
(Cass. Sezione IV Penale, 19 febbraio 2015, n. 15745)

In materia di ingiusta detenzione è illegittima la riduzione dell’indennizzo sulla scorta della presunta assuefazione al regime restrittivo dovuta a pregressa e differente detenzione poichè contrastante con i principi costituzionali di eguaglianza e solidarietà sociale e non conforme ai canoni della logica.
(Cass. Sezione IV Penale, 12 novembre 2013 – 14 gennaio 2014, n. 1219)

In tema di riparazione per l’ingiusta detenzione il diritto all’indennizzo può essere riconosciuto in ipotesi di archiviazione solo per manifesta infondatezza della notizia di reato, in quanto la domanda di riparazione va accolta se è intervenuta pronuncia di assoluzione perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato salvo i casi di estinzione del reato per prescrizione, amnistia o remissione della querela, se la durata di custodia cautelare sofferta risulti superiore alla misura della pena astrattamente irrogabile o irrogata- nel qual caso, comunque, la riparazione può essere riconosciuta soltanto per la parte dei detenzione subita in eccedenza.

In tema di riparazione per l’ingiusta detenzione, l’esercizio, da parte dell’indagato, della facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio costituisce legittimo esercizio del diritto di difesa, ma può assumere rilievo ai fini dell’accertamento della sussistenza della condizione ostativa del dolo o della colpa grave qualora l’interessato non abbia riferito circostanze, ignote agli inquirenti, utili ad attribuire un diverso significato agli elementi posti a fondamento del provvedimento cautelare, con l’ulteriore precisazione che non può ritenersi determinante, a tal fine, la mancata negazione della veridicità di dichiarazioni accusatorie conseguente alla scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio.
(Cass. Penale, Sez. III, sentenza 9 – 29 novembre 2011, n. 44090)

La domanda di riparazione per l’ingiusta detenzione, oltre a potere essere presentata nella cancelleria della Corte di Appello, come espressamente previsto dall’art. 645, co. 1, c.p.p., richiamato dall’art. 315 c.p.p., può essere legittimamente inviata a mezzo posta, anche se tale modalità di inoltro comporta delle differenze rispetto alla presentazione attraverso il deposito in cancelleria: in primo luogo, la tempestevità della presentazione dovrà essere riferita al momento della ricezione del plico postale e non alla data di spedizione; inoltre, le modalità dell’utilizzo del mezzo postale devono in ogni caso garantire la certezza della provenienza del documento (ciò che si verifica, in particolare, in caso di autenticazione della firma nell’istanza).
(Cass. Penale Sez. IV, sentenza 6 ottobre 2011 – 19 gennaio 2012, n. 2103)

Non è configurabile il diritto alla riparazione per l’ingiusta detenzione in caso di estinzione del reato per prescrizione, a meno che la durata della custodia cautelare sofferta risulti superiore alla misura della pena astrattamente irrogabile, o a quella in concreto inflitta, ma solo per la parte di detenzione subita in eccedenza, ovvero quando risulti accertata in astratto la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento dell’ingiustizia formale della privazione della libertà.

Se è certamente vero che è consentito al giudice della riparazione prendere in esame e valutare, ai fini del giudizio riparatorio, la condotta processuale del richiedente e la sua stessa strategia difensiva, è anche vero che lo stesso giudice deve accertare se tale condotta sia stata causa, anche solo concorrente, dell’adozione del provvedimento ingiusto, ovvero della protrazione dei suoi effetti. Invero, è proprio l’accertato rapporto di causa/effetto che legittima il riconoscimento della rilevanza negativa, nel giudizio di riparazione, della strategia difensiva, comunque legittima, dell’imputato (nel caso di specie, la domanda di riparazione era stata rigettata in quanto l’imputato si era avvalso della facoltà di non rispondere ed era rimasto assente durante il dibattimento).
(Cass. penale sez. IV, 3.6.2010 – 24.9.2010, n. 866)
 

In tema di riparazione per ingiusta detenzione, l’interessato, ai fini della proposizione del ricorso per cassazione, può avere un solo difensore, sicché, in caso di presentazione di più ricorsi sottoscritti da distinti difensori, dovrà tenersi conto di quello presentato dal difensore nominato per primo e, in caso di nomine in pari data, della priorità nella presentazione del ricorso.
(Cass. Penale Sez. IV, 20 novembre 2008 – 27 gennaio 2009, n. 3620)

In tema di riparazione per l’ingiusta detenzione, il termine per la presentazione della domanda decorre, pur quando si vuol far valere l’ingiustizia della custodia cautelare sofferta per titolo illegittimo, dal momento in cui è divenuta definitiva la sentenza di proscioglimento o di condanna e non da quello dell’irrevocabilità della pronunzia che ha concluso il procedimento cautelare.
(Cass. Penale Sez. IV, 24 marzo – 8 maggio 2009, n. 19666)

In tema di liquidazione dell’indennizzo previsto a titolo di riparazione per l’ingiusta detenzione (articolo 314 e ss. c.p.p.), il canone base per la liquidazione è costituito dal rapporto tra la somma massima posta a disposizione dal legislatore (€ 516.456,90), il termine di durata massima della custodia cautelare (di cui all’art 303, co. 4, c.p.p., espresso in giorni) e la durata dell’ingiusta detenzione patita nel caso concreto. Tale criterio aritmetico di calcolo, rispetto al quale, in particolare, la somma che ne deriva (€ 235,82 per ciascun giorno di detenzione in carcere) può essere ragionevolmente dimezzata (€ 177,91) nel caso di detenzione domiciliare, attesa la sua minore afflittività, costituisc, però, solo una base utile per sottrarre la determinazione dell’indennizzo a un’eccessiva discrezionalità del giudice e garantire in modo razionale una uniformità di giudizio.

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