249

Il delitto di millantato credito si differenzia da quello di traffico di influenze, di cui all’art. 346 bis c.p. in quanto presuppone che non esista il credito nè la relazione con il pubblico ufficiale e tanto meno l’influenza; mentre il traffico di influenze postula una situazione fattuale nella quale la relazione sia esistente, al pari di una qualche capacità di condizionare o, comunque, di orientare la condotta del pubblico ufficiale.
Di conseguenza, le condotte di colui che, vantando un’influenza effettiva verso il pubblico ufficiale, si fa dare o promettere denaro o altra utilità come prezzo della propria mediazione o col pretesto di dover comprare il favore del pubblico ufficiale, condotte finora qualificate come reato di millantato credito ai sensi dell’art. 346 c.p., comma 2, devono, dopo l’entrata in vigore della L. n. 190 del 2012, in forza del rapporto di continuità tra norma generale e norma speciale, rifluire sotto la previsione dell’art. 346 bis c.p., che punisce il fatto con pena più mite.
(Cass. Sezione VI Penale, 27 settembre – 23 novembre 2017, n. 53332)

81

Ai fini della commissione del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte attuato mediante l’utilizzo di un fondo patrimoniale costituito ex art. 167 cod. civ., per fare fronte ai bisogni della famiglia, è necessario accertare, ai fini della sussistenza del reato, che nell’operazione posta in essere sussistano gli elementi costitutivi della sottrazione fraudolenta. Il processo di merito deve, dunque, individuare quali siano gli aspetti dell’operazione economica che dimostrino la strumentalizzazione della causa tipica negoziale allo scopo di evitare il pagamento del debito tributario.
In tali casi, non è ipotizzabile una sostanziale inversione dell’onere della prova, sul solo presupposto che la creazione del patrimonio separato rappresenti di per sé l’elemento materiale della sottrazione del patrimonio del debitore.
(Cass. Sezione III Penale, 12.4.17-17.10.17, n. 47827)

289

Se l’imputazione a carico del datore di lavoro è incentrata sull’inosservanza del dovere di esigere dal lavoratore che costui indossasse le cinture di sicurezza (art.71, co.4 n.1, d.lgs. 81/2008), è contraddittorio ritenere esente da responsabilità il lavoratore nella causazione del sinistro, ravvisandosi un concorso di colpa da parte di quest’ultimo che non le indossò nonostante le stesse fossero nella sua disponibilità. La Suprema Corte, pur rigettano il ricorso agli effetti penali, ha annullato la sentenza limitatamente all’incidenza del comportamento della persona offesa agli effetti risarcitori, con rinvio per nuovo esame al giudice civile competente per valore in grado di appello.

(Cass., Sez.4, del 15.09.2017, ud. 16.05.2017, n. 42288)

595

In materia di emissione di fatture per operazioni inesistenti, il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente non può essere disposto sui beni dell’emittente per il valore corrispondente al profitto conseguito dall’utilizzatore delle fatture medesime, poichè il regime derogatorio previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 9 – escludendo la configurabilità del concorso reciproco tra chi emette le fatture e chi se ne avvale – impedisce l’applicazione in questo caso del principio solidaristico, valido nei soli casi di illecito plurisoggettivo. Il sequestro preventivo, astrattamente consentito dalla L. n. 244 del 2007, art. 143, nei confronti dell’emittente le fatture per operazioni inesistenti deve essere relativo al solo profitto (prezzo del reato) per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, da dimostrarsi in sede di sequestro relativamente a qualsiasi utilità economica valutabile ed immediatamente o indirettamente derivante dalla commissione del reato.
(Cass. Sezione III Penale, 5.5.16 – 18.10.16, n. 43952)

506

In materia di lesioni derivanti da infortunio sul lavoro non possono di per sè ritenersi fattori impeditivi al riconoscimento della causa di non punibilità del fatto di particolare tenuità l’ambito lavoristico in cui si è realizzato l’infortunio, con inosservanza di specifiche regole cautelari o il fatto che il legislatore abbia inteso definire “gravi” il tipo di lesioni derivate al lavoratore in conseguenza dell’infortunio.
(Cass. Sezione IV Penale, 24.1.17 – 5.4.17, n. 17163)

La Corte di Cassazione, nel rigettare il ricorso del Procuratore Generale, ha chiarito che il Giudice per poter valutare la concedibilità della causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p., oltre ai requisiti previsti dalla norma, deve anche considerare le disattenzioni messe in atto dal lavoratore che hanno contribuito al verificarsi dell’evento. Tali condotte da un lato valgono a ridurre il grado di antidoverosità della condotta del datore di lavoro, dall’altra concorrono a mitigare i profili di offensività attribuibili alla di lui condotta omissiva.

441

In materia di reati ambientali, poichè la legge costituisce la persona giuridica direttamente responsabile della gestione del ciclo del rifiuto da essa trattato, per attribuirsi rilevanza penale all’istituto della delega di funzioni, è necessaria la compresenza di precisi requisiti: a) la delega deve essere puntuale ed espressa, con esclusione in capo al delegante di poteri residuali di tipo discrezionale; b) il delegato deve essere tecnicamente idoneo e professionalmente qualificato per lo svolgimento del compito affidatogli; c) la delega deve riguardare non solo le funzioni ma anche i correlativi poteri decisionali e di spesa; d) l’esistenza della delega deve essere giudizialmente provata in modo certo.
La mancanza di deleghe di funzioni è fatto che di per sè prova la mancanza di un efficace modello organizzativo adeguato a prevenire la consumazione di reati ambientali da parte dei vertici societari.
(Cass. Sezione III Penale, 12.1.17 – 24.2.17, n. 9132)

972

Ai fini dell’apprezzamento dell’eventuale interruzione del nesso causale tra la condotta e l’evento (art. 41 c.p., comma 2), il comportamento del lavoratore può avere valenza “interruttiva” non perchè “eccezionale”, ma perchè “eccentrico rispetto al rischio” che il garante è chiamato a governare: in effetti, tale eccentricità potrà rendere in qualche caso (ma non necessariamente) statisticamente eccezionale il comportamento, ma ciò è una conseguenza accidentale, In quanto l’effetto interruttivo può e deve essere individuato in qualsiasi circostanza che introduca un rischio nuovo o comunque radicalmente esorbitante rispetto a quelli che, appunto, il garante è chiamato a governare.
(Cass. pen. Sez. IV, Sent., 1 giugno – 8 luglio 16, n. 28568)

Le tendenze giurisprudenziali si dirigono verso una maggiore considerazione della responsabilità del lavoratore (c.d.” principio di autoresponsabilità del lavoratore”): il datore di lavoro non ha più l’obbligo di vigilanza assoluta rispetto al lavoratore, come in passato, ma una volta che ha fornito tutti i mezzi idonei alla prevenzione ed ha adempiuto a tutte le obbligazioni proprie della sua posizione di garanzia, egli non risponderà dell’evento derivante da una condotta imprevedibilmente colposa del lavoratore.

1040

Il delitto di cui all’art. 572 c.p. non è configurabile, anche in presenza di una chiaro fenomeno di mobbing lavorativo, laddove i fatti si siano verificati nell’ambito di una realtà aziendale sufficientemente articolata e complessa, in cui non è ravvisabile quella stretta ed intensa relazione diretta tra datore di lavoro e dipendente, che determina una comunanza di vita assimilabile a quella del consorzio familiare.
(Nel caso di specie, la Corte, pur escludendo il reato di cui all’art. 572 c.p., ha evidenziato come i giudici di merito avrebbero potuto riconoscere la sussistenza di altri reati, pure configurabili a carico degli imputati, loro addebitati in fatto, quali quelli di lesioni personali gravi, di minaccia, di ingiuria e di violenza privata, eventualmente aggravati dall’abuso di relazioni d’ufficio o di prestazione di opera)
(Cass. Sezione VI Penale, 5-20 marzo 2014, n. 13088)

La Suprema Corte ha annullato la sentenza della Corte di Appello che, giudicando su rinvio della Quinta sezione, ha omesso di verificare se ricorreva l’interesse dell’ente nella commissione del mendacio e in quali termini si prospettasse detto interesse coinvolgente la responsabilità della società. In questo caso, rileva la Corte, l’interesse dell’ente – diverso dal vantaggio che costituisce una sorta di variabile causale- ricorrerebbe nei termini posti dall’art.5, comma 2, d.lgs 231 (che ne esclude la responsabilità se le persone indicate nel comma 1 hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi), circostanza questa che farebbe venir meno lo schema di immedesimazione organica, ragion per cui l’illecito commesso, pur tornando di fatto a vantaggio dell’ente, non potrebbe più ritenersi come fatto suo proprio. Si tratterebbe, quindi, di un vantaggio “fortuito” in quanto non attribuibile alla volontà dell’ente.
(Cass. pen. sez. I, sentenza 26 giugno – 29 ottobre 2015 n. 43689)

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